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Bamboozled (2000)

bamboozled.jpgregia: Spike Lee
interpreti: Damon Wayans, Savion Glovier, Jada Pinkett-Smith, Micheal Rapaport
durata: 135 minuti
nazionalità: USA

Se Spike Lee è uno dei miei registi preferiti di sempre, c’è da dire che la qualità dei suoi film è alquanto altalenante e purtroppo ha anche girato pellicole scadenti.
Bamboozled sicuramente non è uno dei suoi migliori, ma merita una menzione non tanto per come ci mostra il razzismo ma proprio perché ce lo mostra.
Narra la storia di Pierre Delacroix, un nero borghese e colto, di quelli che in America vengono definiti Oreo, nome derivato dai tipici biscotti neri fuori e bianchi dentro. Delacroix (Damon Wayans) è un autore televisivo in una rete di soli bianchi (fatta eccezione per la sua assistente, Sloan, interpretata da Jada Pinkett-Smith) che propone un nuovo varietà: una parodia dei Minstrel Show, un tipo di spettacolo in voga all’inizio del secolo composto da una serie di sketch comici e danze interpretati o da bianchi con la faccia dipinta di nero o da neri anch’essi con la faccia dipinta che rappresentavano gli afroamericani come stupidi e pigri bifolchi, accentuando in maniera caricaturale la passione per la musica.
Il varietà ha un grandissimo successo tra i bianchi che iniziano a tingersi di nero la faccia e sottolineare di rosso la bocca come i protagonisti. Ma viene capita e non capita, male interpretata o semplicemente considerata offensiva dalla comunità nera in quella che diventa un’ escalation di rabbia senza via di uscita.
Lee ci presenta ancora una volta tutti gli stereotipi di nero: l’Oreo Delacroix, la combattiva Sloan schiacciata dalla condizione di essere sia nera che donna in un mondo di maschi bianchi, Dunwitty, il capo della rete,ovviamente bianco, che si dichiara “a posto” con la comunità afroamericana: ha sposato una nera, ha due figli neri, una quantità innumerevole di poster di atleti neri appesi nel suo ufficio e quindi può usare tranquillamente la parola Negro, infine ci sono i Mau Mau, il gruppo di gangsta-rappers che incarnano la parte combattiva, quella che scatenerà maggior subbuglio per la messa in onda del programma.
Lo stile che il regista sceglie è quello di taglio pseudo-documentaristico,anche se fortemente ironico come a volerci mostrare sia una finzione che una terribile realtà americana che da quest’altra parte dell’oceano appare così lontana e apparentemente chiara: abbiamo il privilegio di guardarla con uno sguardo distaccato per capire che il razzismo, tutto il razzismo, in ogni parte del mondo è una costruzione culturale, che ognuno di noi ha addosso una maschera attraverso cui viene identificato ed “etichettato” e della quale pur ammettendo a noi stessi di averla incollata addosso non possiamo liberarci e anzi rischiamo di calcare ulteriormente.

bambooz2.jpg

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1 commento so far
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I really sure enjoyed thumbing through your article on bamboozlde. It was hard to find but now understand your review. Thank you much for your comments on the film. 8

Commento di michael




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