Anemicinema


Hai paura del buio (2010)
regia: Massimo Coppola
interpreti: Alexandra Pirici, Erica Fontana
durata: 90 min
nazionalità: Italia

Forte della sua esperienza come autore di programmi televisivi, editore e documentarista, Massimo Coppola decide infine di approdare al suo primo lungometraggio. Se la storia narrata è puramente finzione, l’occhio è quello del cinema documentario con un piede nella nouvelle vague e uno nel mockumentary all’americana.

Lo sguardo ossessivo della telecamera che indugia su corpi femminili intenti nella loro ricerca della propria identità. Questo è quello che colpisce lo spettatore che viene invitato con una certa brutalità a compiere il viaggio di (e con) Eva, giovane operaia rumena che decide, in seguito al licenziamento dalla fabbrica in cui lavorava, di abbandonare Bucarest per andare in un angolo dimenticato d’Italia, la piccola e poco accogliente Melfi, dove incontrerà Anna, giovane e operaia anch’essa, che lavora alla Fiat seguendo il destino della madre costretta a lavorare per sostentare la famiglia in difficoltà: la nonna gravemente malata, il padre disoccupato e svogliato.

Quello che ci viene mostrato delle due ragazze sono soprattutto i dettagli del loro muoversi nel mondo, in maniera strettamente fisica – i capelli, lo sguardo, le dita aggrappate ad una sigaretta. Quella di Eva è una bellezza rabbiosa e violenta, l’occhio non si sofferma sulla sua sensualità, seppur presente, ma piuttosto sulla necessità di chiudere un cerchio, di fare pace con la propria essenza.

Emblematica, in questo senso, appare la sequenza in cui la camera fissa coglie Eva nella sua stanza di Bucarest, ormai spoglia e scarna, mentre osserva il letto che sta per abbandonare, quando i suoi occhi – e solo quelli- sono illuminati dalla luce che filtra attraverso la finestra. Impossibile è non soffermarsi infatti sull’origine fortemente diegetica della luce, che accarezza gli spazi in cui si muovono le due protagoniste, ambienti spesso desolanti e poco caratterizzati, dove è evidente una ricerca stilistica sulle scenografie che tende a creare spazi reali, sorta di contenitori delle vicende dei personaggi ma che, giocoforza, si impongono negli occhi dello spettatore proprio con il loro squallore realistico.

I luoghi che ci vengono mostrati, tanto gli interni quanto gli esterni, appaiono infatti come nonluoghi, in una ricerca di universalità che porta lo spettatore ad immaginare le vicende narrate in qualsiasi angolo di mondo. Sappiamo infatti di essere prima in Romania e poi in Italia perché ci viene espressamente detto, lo intuiamo dalle lingue parlate dai personaggi, ma potremmo essere ovunque, questa infatti è e vuole essere la storia di un viaggio, e degli incontri/scontri che esso porta, non intende essere la storia di un luogo. I panorami di Melfi, periferia d’Italia, se ricordano il realismo pasoliniano, non intendono imporsi e narrare come nel caso del grande regista, sono infatti tra i pochi campi lunghi che Coppola ci regala, comunque lontani dalle immagini da cartolina del belpaese che siamo abituati a vedere sul grande schermo, in contrapposizione a quei primi e primissimi piani che indagano le due figure femminili. Altro elemento (im)portante della pellicola è l’uso che il regista fa della musica. Se infatti anch’esso è caratterizzato dalla sua origine diegetica è volto sempre a sottolineare la dimensione del viaggio. Che derivi dallo stereo di Eva, che accompagna una danza solitaria portatrice di una svolta, dalle cuffie di un ipod trovato/rubato dalla ragazza in procinto di partire per l’Italia o dalla televisione (imponente e invasiva) posizionata di fronte al capezzale della nonna morente, è sempre funzionale a sottolineare un cambiamento, una partenza, un percorso. Le note dei Joy Division vengono utilizzate sapientamente e vengono interrotte brutalmente dai cambi di scena, dove prevalgono i lunghi silenzi e i mezzi dialoghi. Si ha infatti un senso di sollievo liberatorio quando Eva finalmente si ritrova faccia a faccia con la madre, e abbiamo il primo vero dialogo del film (posizionato peraltro su finire della pellicola), che libera sia la protagonista che gli spettatori dall’angoscia della ricerca dei propri fantasmi. Quello di Coppola è un film duro, talvolta addirittura brutale, che offre uno sguardo attento ma mai compassionevole, che, con uno spirito voyeristico ma non compiaciuto, ci permette di soffermarci su delle storie di vita fortemente tangibili e molto più vicine di quanto lo spettatore creda. Senza l’intento di fare un film di denuncia, Coppola ci permette letteralmente di camminare un passo dietro alle due ragazze, attraverso l’obiettivo della macchina da presa a seguire, presa in prestito dal cinema-verità del Gus Van Sant di Elephant e Paranoid Park. In questo modo ci permette di spiarela difficile realtà di Eva e Anna, costrette, nel loro percorso, ad affrontare l’ingombrante, anche e soprattutto perché assente, presenza dei genitori in questo viaggio alla ricerca di un posto nel mondo.

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