Anemicinema


a mighty heart – un cuore grande (2007)

amightyheart2_large.jpgregia: Michael Winterbottom
interpreti: Angelina Jolie, Dan Futterman, Archie Panjabi
durata: 108 minuti
nazionalità: USA, UK

Una lavagna bianca viene inondata lentamente da nomi, collegati fra di loro da frecce allo stesso tempo confuse e chiarissime, che cercano di segnare nero su bianco i difficili intrecci di persone, fatti, cose che legano Daniel Pearl, giornalista del Wall Street Journal inviato a Karachi, al suo rapimento e alla sua morte.
Di fronte alla lavagna, con sguardo serio e intenso, sta Mariane Pearl la moglie del giornalista interpretata da un’inaspettata Angelina Jolie che cerca di districarsi nella ragnatela di sospetti che si annidano intorno al rapimento del marito. Forte e impassibile, nonostante il figlio che porta in grembo, le notti insonni e lo sconforto che coglierebbe chiunque.
Winterbottom ci presenta il Pakistan, la moltitudine di persone che ogni giorno attraversa le sue strade dove “è così difficile trovare un solo uomo”, per poi richiudersi nella casa di Asra, una collega di Pearl, dove Mariane attende, spera, ricerca, indaga e soffre. La storia di Daniel Pearl è nota più o meno a tutti, ma si era ridotta a “giornalista americano rapito e ucciso da un gruppo di fondamentalisti islamici” e invece qui ce ne vengono mostrati i retroscena, l’impegno delle indagini, le incomprensioni tra due mondi così lontani: il giornalista venne creduto un agente della CIA sotto copertura, la polizia del luogo che collabora con il consolato americano nelle ricerche, Asra, indiana che vive a Karachi, sospettata di essere anch’essa una spia.
Quando arriva la notizia della morte del marito, Mariane/Angelina, ferma e coraggiosa fino a quel momento, scoppia in un pianto istantaneo e violentissimo, un momento straziante e potente, davvero da pelle d’oca.
Con uno stile asciutto e attento a non perdersi in dettagli e in prese di posizione (non cade mai in dicotomie semplicistiche del tipo buoni vs cattivi) Winterbottom ripete quella formula già usata in The Road to Guantanamo, quella che sceglie di mostrare anziché interpretare i fatti, con tutte le difficoltà che tentare questo percorso implica, regalandoci ancora una volta un film di informazione e denuncia ma che stavolta ci lascia uno spiraglio di speranza: il sorriso che nasce sul volto di Mariane con il figlio appena nato tra le braccia, le note dei Nouvelle Vague che accompagnano le figure di spalle di lei e il piccolo in una strada parigina e la dedica del film non al marito morto ma proprio al bambino nato dal loro amore è un invito a conoscere, a sapere, a lottare.

mighty-heart.png

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