Anemicinema


Paranoid Park (2007)
dicembre 10, 2007, 4:10 pm
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paranoidparkloc.jpgregia: Gus Van Sant
interpreti: Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen, Jake Miller, Lauren McKinney
durata: 90 minuti
nazionalità: Francia, USA

“Mi dispiace se sto buttando giù tutto alla rinfusa, non sono mai stato bravo nella scrittura creativa. In ogni caso,l’importante è scriverla”

Come si fa a scrivere di Paranoid Park?
Come si fa a parlare di quegli sguardi che ti scavano dentro?
Come si fa a descrivere i giochi di luce/ombra che avvolgono Alex, martoriato dal senso di colpa?
Come si fa a dire qualcosa a proposito delle inquadrature, delle lente e avvolgenti virate che compie la mdp e che accompagnano il giovane nella sua introspezione e nello sgomento?
Come si fa a raccontare di una colonna sonora straniante e azzeccatissima? Semplicemente, non si può. A meno di non sminuirlo, di concentrarsi solo su una delle migliaia di sfaccettature di un diamante bellissimo.
Gli occhi sono rapiti ed estasiati da una doccia frastornante di fotogrammi perfetti, la bocca è semichiusa, a malapena respira, per la paura di rovinare tutto con un soffio, la testa ondeggia seguendo il dolce scivolare degli skater sulle rampe di cemento, l’udito è accarezzato dai suoni storici di Nino Rota, dalle poche necessarie parole che Alex pronuncia per liberarsi dal peso che lo opprime.
Tutto di noi è coinvolto.
Non si può parlare di Paranoid Park, bisogna lasciarsi travolgere.

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“nessuno è pronto per paranoid park”
dicembre 3, 2007, 11:43 pm
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paranoidparkloc.jpgFinalmente! Uscirà questo venerdì Paranoid Park, l’ultimo film di Gus Van Sant, vincitore a Cannes del premio speciale per il 60esimo anniversario del festival. Il film, basato sul romanzo omonimo di Blake Nelson, è costruito attorno all’omicidio involontario di una guardia da parte di Alex, uno skater sedicenne e alla decisione del ragazzo di non dire niente a nessuno al riguardo. Il Paranoid Park del titolo è un malfamato parco di Portland fuori dal quale avviene il delitto. Il protagonista è interpretato da Gabe Nevins, per la prima volta sul grande schermo.
Dato il mio amore per Gus Van Sant e per il suo modo di fare cinema, ormai sto contando i giorni, anche perché c’è chi sostiene che sia addirittura migliore di “Elephant”.

sito ufficiale (francia)
sito ufficiale (uk)
trailer



Last Days (2005)

lastdaysposter.jpgregia: Gus Van Sant
interpreti: Michael Pitt,Lukas Haas, Asia Argento
durata: 97 minuti
nazionalità: USA

Il primo aggettivo che mi è venuto in mente uscita dal cinema è stato “doloroso”.
Il soggetto, come più o meno tutti sapranno, è ispirato dagli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain,non vuole quindi essere una ricostruzione di tipo documentarista dei giorni precedenti alla sua morte, infatti, prima di parlare della leggenda, Gus Van Sant ci mostra un uomo. Un uomo che sta male.
Il protagonista (Michael Pitt) si chiama Blake, voci dicono che il motivo sia che Courtney Love non volesse cedere i diritti
al regista, ma credo che sia più una forma di rispetto, un allontanarsi dal mito per occuparsi della persona.
In tutto il film non c’è, fortunatamente, accenno alcuno all’uso di eroina, nè da parte di Blake, nè di chi gli sta accanto, anche questo prende le distanze da tutto quello che è stato detto, vomitato quasi, dai media nel periodo immediatamente successivo al suicidio e negli ultimi 11 anni.Van Sant ancora una volta non vuole rivelare nessuna verità, non vuole prendere posizioni, vuole semplicemente mostrarci la sofferenza: causa della droga? del matrimonio? del successo? poco importa, quello che conta è altro, e questo altro ce lo mostra appieno.
Un ragazzo magro con un paio di occhiali da sole anni 70 si aggira senza meta per i boschi, per la casa, non parla con nessuno, se non con se stesso, alle domande degli altri risponde a malapena con mugugni, lontano dal mondo, scrive su un quaderno, in solitudine. mangia una pasta condita con latte, si veste, si spoglia,giocherella con il fucile, suona.
le immagini ci parlano di indifferenza: è vero, in casa non è da solo, ma con altri 4 ragazzi, che però, sostanzialmente, si fanno i fatti propri. non c’è nessun accenno al contatto fisico, l’unica che lo tocca è Asia (Argento) che entrando in una stanza lo vede accasciato per terra, e lo tira su, appoggiandolo alla porta, senza nemmeno preoccuparsi di capire se è vivo o morto.
C’è poi un cosiddetto investigatore privato, che “non riesce” a trovarlo nemmeno tra le 4 mura della villa, un venditore porta a porta e due mormoni bussano alla porta e vengono accolti da Blake in sottoveste da donna, che annuisce alle loro domande e si abbandona su una poltrona, ma questi non si scompongono, si limitano a fare il loro lavoro, mostrando inserzioni e raccontando storie di fede.
le scene sono ripetute dai più punti di vista,con cambi di inquadratura magistrali(metodo che il regista aveva già usato in Elephant) e ci permettono di seguire i personaggi, ci portano in quell’ alienazione in modo distaccato, senza cercare patetismi, pietà, compassione,senza quindi la pretesa di arrivare al cuore, ma di colpire gli occhi e la testa; il tempo appare dilatato,ci mostra realisticamente un uomo che si trascina,lascia trascorrere il giorni e i momenti, inconsapevole o indifferente rispetto al mondo che gli ruota intorno, materialmente non è solo, ma si muove da solo, come buttato in una dimensione esclusivamente sua, borbottando tra sè “devo fare” “devo pensare”.
I suoni dominano la scena. sentiamo distintamente i gorgoglii dell’acqua, il vento tra gli alberi; siamo noi a sentirli così forti o è lui? Le musiche poi, sono decisamente significative: non una nota dei Nirvana, sono state curate da Thurston Moore, cantante e chitarrista dei Sonic Youth (anche Kim Gordon ha una piccola parte nel film), e passa da pezzi scritti dallo stesso Pitt, alla ridondante ed efficacissima Venus In Furs dei Velvet Underground (che sentiamo almeno 2 volte nel corso del film) fino ad arrivare a ballate francesi del 1600, che chiudono il film, al ritrovamento del corpo di Blake/Kurt. Non vediamo lo sparo, non lo sentiamo nemmeno, non vediamo
neanche il volto tumefatto, e le inquadrature del corpo disteso nel capanno vicino alla villa sono identiche a quelle riproposte dai giornali, immagini che tutti almeno una volta abbiamo intravisto: un piede, una gamba, buttati a terra tra due vetrate, lo spirito nudo che si alza e scivola via dalle spoglie, ci lascia sofferenti a perderci nel mondo circostante, dicendo a voce bassa “devo pensare”.
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